Ammettere: l’inizio dell’inizio

14.03.2018

Dal punto di vista biologico, ammettere significa vedere. Ammetto di avere una parte in ombra per poter scegliere di vivere nel mio lato di luce. Faccio chiarezza, metto ordine. Tutto diventa bello, diventa fonte a cui bere copiosamente. Sperimento la libertà di essere me. 

Cercando questo verbo sul vocabolario Treccani, mi accorgo di andare molto oltre il concetto di ammissione di colpa su cui mi ero focalizzata. Si parla spesso di sensi di colpa. Essi animano il nostro quotidiano e fanno parte del nostro hardware! E che peso.

Partendo da questo significato, possiamo concentrarci, a livello biologico, sul collo. Quanti dolori e tensioni a carico delle vertebre cervicali. Ma facciamo una prova: mettiamoci nella classica posizione in cui spolliciamo sul cellulare. Testa bassa, la colpa. Ora, dopo esserci restati per qualche minuto, leviamo il capo e sentiamo la leggerezza del guardare avanti, la responsabilità. Sfumature? Non direi proprio. Si tratta di un vero cambiamento ed ampliamento del punto di vista.

L'accaduto è sempre lo stesso, ma non lo vivo più come un pesante giogo che mi costringe a guardare verso il basso, quanto come un tassello fondamentale per la mia crescita: ammetto di avere una responsabilità, mi pongo in prima persona. A conti fatti non costa nulla provare. Anzi.

A questo verbo corrispondono però anche i concetti di entrare, ricevere, accogliere, assumere una persona, permettere, concedere, riconoscere, consentire. E poi vi è il participio passato: ammesso, usato, si dice, per costruzioni assolute, ovvero frasi che separate dalla reggente non hanno senso, con il significato di posto che. Posto che te lo compro, finalmente avrai un quaderno. Dunque, se ammetto, devo poi direzionare la mia ammissione. Da sola non tiene. Sto giocando con la grammatica, ma questo verbo è troppo interessante per prenderlo completamente sul serio.

Dal punto di vista biologico, ammettere significa vedere. La cosa è così. La biologia non si perde in mentalizzazioni o in dietrologie. La biologia non spende più di quanto può o potrebbe perché non giudica. E dall'eterna lotta tra bene e male, il verbo ammettere esce nella "colonna male".

Ed ecco il punto. Vorrei mandare a quel paese tizio o caio? Eh...sì, però è mio marito, mio nonno, mio zio, mio figlio e gli voglio bene! Ma certo. Questo non cambia! Ma se ammetto che in quel momento quanto più desiderato dal mio sistema sarebbe dare una testata sui denti a quel qualcuno, magicamente il livore con cui vorrei farlo già un po' si attenua. Improvvisamente so che non lo farò fisicamente, cosa che romperebbe le regole della buona comunicazione secondo le quali nessuno deve farsi male e gli oggetti non vanno rotti o rovinati, ed è come se tutta la carica, quella che mi fa uscire il fumo dalle narici, si stemperasse per farmi vedere più chiaro. Esco dal giudizio: sì, io vorrei davvero fare questo. Non sono né brutto né bello, né buono né cattivo: è più forte di me e lo ammetto. Punto.

E come per magia, ho di nuovo, se mai lo ho avuto, a che fare con me. Riparto dall'unico punto fermo della mia esistenza e scopro di scivolare tra le pieghe dell'esistenza con molto meno attrito. Mi vedo, ricomincio da me, mi do la possibilità di iniziare nuovamente a giocare al gioco della vita senza che questo mi imbrigli nelle sue dinamiche finora pilotate.

Ammetto e sono cosciente. Ammetto e guardo. Ammetto e mi guardo. Ammetto e riparto. Ammetto e vedo nuove prospettive di quella cosa che, ad oggi, vista da una sola angolazione, ha fatto arrovellare la mia mente, l'ha portata a girare in tondo, le ha negato di chiudere un cerchio e giungere alla meta.

Qualcuno abbandonerà la mia strada? Perfetto. Nulla di più biologico. Nel rispetto dell'individuo, che è sacro, con piena presenza di spirito, saluterò il passato per andare oltre, ringraziando colui o colei che con tanta bravura ha avuto il compito di tirare fuori il peggio di me per mostrarmelo in tutta la sua crudezza.

Ammetto di avere una parte in ombra per poter scegliere di vivere nel mio lato di luce. Faccio chiarezza, metto ordine. Tutto, e dico tutto, diventa bello, diventa fonte a cui bere copiosamente. Sperimento la libertà di essere me.

In biologia nessuna specie si piange di non essere un'altra. Ci dice Einstein: "La struttura alare del calabrone, in relazione al suo peso, non è adatta al volo. Ma lui non lo sa e vola lo stesso".

Così, scevro dal giudizio esterno, posto che sono io il protagonista della mia Vita, volo verso orizzonti inattesi quanto meravigliosi. 

Dott.ssa Angela Astolfi